

154. L'autunno caldo.

Da: M. Salvati, Analisi di un decennio, in AA. VERSI, La
congiuntura pi lunga, Il Mulino, Bologna, 1974.

In Italia, alla fine degli anni Sessanta, la crescita del
movimento operaio e sindacale in generale, assunse un rilievo
maggiore che negli altri paesi europei: legata a profonde
trasformazioni economiche e sociali, essa influ in modo
determinante sull'intero sistema politico. Uno dei momenti pi
significativi di tale crescita fu il cosiddetto autunno caldo
del 1969; eppure, all'inizio di quello stesso anno, gli indicatori
economici  non erano tali da far prevedere una cos intensa,
estesa e continuata mobilitazione dei lavoratori. Le cause vanno
allora ricercate, come fa nel seguente passo lo storico Michele
Salvati, nelle mutate condizioni di lavoro, nella erosione del
salario reale, nella scarsa rilevanza dei consumi sociali e nelle
mutate caratteristiche della forza lavoro.


All'inizio del '69, non erano in molti a prevedere l'intensit e
l'estensione della conflittualit operaia che sarebbe scoppiata a
fine d'anno, l'ampiezza dei guadagni salariali e normativi che
sarebbero stati raggiunti, la trasformazione profonda delle
relazioni di potere nella fabbrica. C'era stato il maggio francese
e gli accordi di Grenelle [accordi fra governo e sindacati
francesi sottoscritti nel maggio del 1968]: ma si trattava di un
altro paese, e il fenomeno rimaneva in gran parte inspiegato. In
Italia stava divampando nelle universit la contestazione: si
trattava per di studenti. E poi gli indicatori che solitamente
segnalano una situazione contrattuale favorevole agli operai, un
mercato al venditore, non erano univoci.
E' vero che da tempo l'occupazione industriale stava aumentando:
ma all'inizio del '69 essa aveva a malapena riguadagnato i livelli
del '63, e costituiva ora una frazione minore della popolazione in
et di lavoro. Inoltre i disoccupati palesi erano ancora alquanto
numerosi, e si aveva notizia di quelle situazioni di acuta penuria
di manodopera di cui era nota l'esistenza nel '63. Ed  vero che
la produzione industriale ed il reddito erano cresciuti
vigorosamente tra il '68 ed il terzo trimestre del '69: alla
continua spinta delle esportazioni s'era infatti aggiunta una
forte componente interna, soprattutto nel settore delle
costruzioni. Nulla di travolgente, tuttavia, e la situazione
rimaneva ben diversa che nel '63: i margini di capacit produttiva
inutilizzata erano ancora sufficientemente ampi, e la stessa
dinamica delle esportazioni mostrava con chiarezza di non essere
ostacolata da alcun limite di capacit e da concorrenti pressioni
della domanda interna. La dinamica dei prezzi al consumo rimaneva
moderata, e solo nel corso del '69 i prezzi all'ingrosso
risentiranno dei forti incrementi delle materie prime.
Ci nondimeno, chi era pi vicino alle organizzazioni di base dei
lavoratori da almeno un anno avvertiva che la situazione su cui si
erano costruite le relazioni industriali e l'organizzazione del
lavoro degli anni post '63 stava rapidamente sfaldandosi.
Un'avvisaglia eloquente poteva essere scorta nella rapida crescita
della partecipazione sindacale (iscrizione ai sindacati, elezioni
di commissioni interne); un'altra nell'intensificazione della
contrattazione aziendale tra il 1967 e il '69; un'altra infine
negli sviluppi del processo di unificazione tra le varie centrali
sindacali, insieme elemento di sollecitazione e conseguenza del
nuovo clima a livello di fabbrica. Pi sotto muoveranno
determinanti complesse, cui tuttora  difficile dare un peso
preciso.
La prima  l'accentuarsi del dualismo nel mercato del lavoro,
per cui sono compatibili condizioni di forza contrattuale degli
occupati anche in presenza di ampi settori di disoccupati o
inoccupati o malamente occupati. Recenti studi sul mercato del
lavoro hanno molto insistito sul rafforzarsi di relazioni di non-
competitivit tra i vari gruppi occupazionali, anche se non pu
dirsi siano state esplorate a sufficienza le barriere che, dal
lato dell'offerta o dal lato della domanda, ostacolano la
concorrenza e la permeabilit dei diversi gruppi di lavoratori.
Sembra per che alla base della capacit di conflitto dei
lavoratori dell'industria ci siano anche fenomeni di rafforzamento
strutturale sul mercato del lavoro. Non sono state infrequenti,
nel corso dei primi anni settanta, lamentele delle imprese sulle
difficolt di reclutare lavoro: data la grande ampiezza del pool
potenziale di manodopera, la tesi di una pi spinta segmentazione
del mercato  allora altamente plausibile.
Agli effetti della pi accentuata segmentazione del mercato si
aggiungevano quelli prodotti dalle modificazioni strutturali
dell'occupazione: una forza lavoro mediamente pi giovane, pi
dequalificata nel suo effettivo rapporto colle tecniche
produttive, rinnovata nella sua origine geografica da intensivi
movimenti migratori, tendeva probabilmente ad esprimere un
atteggiamento molto diverso nei confronti delle regole del gioco
vigenti nella fabbrica degli anni sessanta.
Lotte come quelle degli anni scorsi non possono per spiegarsi
soltanto sul piano del mercato del lavoro e della composizione
interna della forza lavoro occupata. In ambito sindacale si d
molto peso all'effetto cumulato di cinque anni di
razionalizzazione, di continua intensificazione dei ritmi di
lavoro, di incrementi di produttivit ottenuti in buona parte
peggiorando le condizioni di lavoro, ed in parte minore mediante
rilevanti modifiche delle attrezzature e attraverso innovazioni
tecniche. A questa ribellione contro le condizioni di lavoro e le
relazioni industriali in fabbrica va poi aggiunta la crescente
insofferenza contro le condizioni di vita al di fuori della
fabbrica. Al di l della lenta erosione del salario reale, causata
dalla continua crescita del costo della vita,  in discussione la
qualit e la quantit dei servizi di cui una famiglia operaia
poteva disporre (casa, trasporti, scuola, sanit, assistenza per
l'infanzia, servizi sociali in genere): l'inazione governativa in
materia  testimoniata [...] dal fallimento del piano quinquennale
1966-'70, specie per ci che attiene ai consumi sociali del
reddito.
Altri motivi erano probabilmente in gioco, non meno importanti
anche se meno precisabili sulla base di indicatori economici (in
quanto indicatore di un clima sociale modificato, e detonatore di
una protesta latente, le lotte degli studenti hanno probabilmente
giocato un grosso ruolo). Quali che fossero, la cosa su cui va
richiamata l'attenzione e che maggiormente contrasta con
l'esperienza del '63, non  tanto l'intensit delle lotte
nell'autunno caldo, o l'entit dei guadagni ottenuti, bens la
continuit della mobilitazione operata per tutto il periodo che
stiamo considerando. Il sindacato entra in fabbrica, e trasforma
il sistema di relazioni industriali esistenti. La protesta, la
rivendicazione, il conflitto cessano di essere fenomeni
patologici, frequenti in momenti di boom economico, sconosciuti
altrimenti, per diventare un aspetto continuativo della vita di
fabbrica. Sulle ceneri delle commissioni interne nascono nuovi
istituti di rappresentanza. La contrattazione aziendale si
diffonde, lo spazio di decisione autonoma dell'impresa nell'ambito
dell'organizzazione del lavoro si restringe:  proprio
sull'organizzazione del lavoro, sui tempi di lavorazione, sugli
straordinari, sui turni, sulle lavorazioni nocive, che la
contrattazione aziendale e nazionale maggiormente insistono.
